C’è un momento che molti nonni conoscono bene: il nipote ventenne seduto sul divano, occhi sullo schermo del telefono, mentre in cucina si impasta, si cucina, si apparecchia. Si aspetta un gesto spontaneo, una domanda, un “posso aiutare?” che non arriva mai. Non è mancanza di affetto — quasi sempre — ma qualcosa di più sottile, che ha a che fare con come le generazioni costruiscono il senso di appartenenza e con il modo in cui i giovani adulti vivono il tempo libero.
Perché i nipoti sembrano disinteressati (e perché non è come sembra)
La psicologia dello sviluppo è chiara su un punto: i giovani adulti tra i 18 e i 25 anni attraversano una fase definita da Jeffrey Jensen Arnett come emerging adulthood, un periodo in cui l’identità è ancora in costruzione e la socialità si orienta principalmente verso i pari. Non è indifferenza verso la famiglia: è una riorganizzazione delle priorità che ha radici biologiche e culturali precise. Aggiungi a questo la presenza costante degli smartphone — progettati per essere irresistibili — e capirai perché strappare l’attenzione di un nipote richiede una strategia, non solo la buona volontà.
Il problema, spesso, nasce anche da un’aspettativa implicita: i nonni si aspettano che i nipoti partecipino come si è sempre fatto, senza che nessuno abbia spiegato loro cosa ci si aspetta e perché quella partecipazione ha valore. I giovani adulti non mancano di rispetto: semplicemente non leggono i segnali non verbali con la stessa sensibilità di chi ha cinquant’anni di vita familiare in più.
Cosa funziona davvero: coinvolgere senza chiedere
Il metodo più efficace non è chiedere aiuto. È creare le condizioni perché il nipote si senta utile e competente, non obbligato. Esiste una differenza enorme tra “vieni ad apparecchiare” e “tu che sei bravo con le cose nuove, mi aiuteresti a capire come funziona questa ricetta che ho trovato online?”. Nel secondo caso, il nipote non è un esecutore: è una risorsa. E i giovani adulti rispondono molto meglio quando si sentono valorizzati per qualcosa che sanno fare.

Alcune dinamiche che funzionano nella pratica:
- Assegnare un ruolo preciso e ricorrente, non generici “dai una mano”: ad esempio, ogni domenica è lui o lei a scegliere la musica durante il pranzo, o a documentare il momento con le foto.
- Condividere storie personali durante le attività, non prima o dopo: il racconto del passato diventa un collante naturale quando si fa qualcosa insieme, non quando si è seduti in cerchio ad ascoltare.
- Mostrare curiosità genuina per il loro mondo, senza giudicare: un nonno che chiede com’è una serie TV che il nipote ama, o come funziona una app, abbassa le barriere in modo sorprendentemente rapido.
Il tempo di qualità non si misura in ore
Una ricerca pubblicata sul Journal of Family Psychology ha mostrato che la qualità del legame tra nonni e nipoti adulti dipende molto più dalla presenza emotiva che dalla durata delle visite. Un’ora in cui ci si sente davvero visti vale più di un intero weekend trascorso nello stesso appartamento senza reale connessione.
Questo significa che anche una visita breve può diventare un’occasione preziosa, se si rinuncia all’idea che “stare insieme” significhi automaticamente interagire secondo schemi tradizionali. A volte basta sedersi vicini, fare ognuno la propria cosa, e scambiarsi qualche parola ogni tanto. La connessione non ha bisogno di essere rumorosa per essere reale.
Quello che i nonni possono cambiare non è il carattere del nipote, né la sua generazione. Possono cambiare il modo in cui si avvicinano a lui: con meno aspettative implicite, più curiosità, e la consapevolezza che costruire un legame con un giovane adulto richiede un linguaggio diverso — non meno autentico, solo aggiornato.
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