Ridere fa bene, lo sappiamo tutti. Ma perché ridiamo? Gli scienziati la chiamano “teoria dell’incongruenza”: il cervello umano ride quando si aspetta qualcosa e riceve qualcosa di completamente diverso. È uno scarto cognitivo, una piccola sorpresa neuronale che si trasforma in risata. E non siamo soli: anche i ratti, i scimpanzé e persino i delfini producono suoni che assomigliano alla risata durante il gioco. Forse il senso dell’umorismo non è poi così esclusivamente umano.
Nella storia, l’ironia ha cambiato pelle mille volte. Gli Antichi Romani, per esempio, non erano poi così diversi da noi: ridevano delle disgrazie altrui, dei politici corrotti, dei mariti traditi e dei nuovi ricchi maldestri. Il poeta Marziale ci ha lasciato epigrammi graffianti come rasoi. Insomma, già duemila anni fa la comicità puntava dritto dove fa più male: l’ego, la famiglia, il denaro. Alcune cose non cambiano mai.
La barzelletta: il signor Rossi diventa papà
Mentre si trova in viaggio di lavoro, il signor Rossi riceve una telefonata con la quale gli annunciano che è diventato padre di un maschietto di tre chili e mezzo. Prende il primo aereo disponibile e va subito in ospedale. Arrivato all’accettazione, urla all’infermiera:
«Eccomi, sono io! Sono il signor Rossi, il padre di Ugo! Dov’è mio figlio?»
L’infermiera risponde: «Si calmi, signor Rossi… un attimo che controllo… ah ecco, dovrebbe essere al primo piano.»
Il novello padre, senza esitare un istante, corre al primo piano. Sopra alla porta del reparto neonati c’è la scritta: “Bambini Belli”. L’uomo cerca tra tutte le culle, ma di Ugo nemmeno l’ombra. Torna di corsa dall’infermiera:
«Mi scusi, ma mio figlio al primo piano non c’è! Può ricontrollare?»
«Un attimo… sì, dovrebbe essere al secondo piano.»
Il tizio fa le scale in un battibaleno ed entra nel reparto dove campeggia la scritta: “Bambini Brutti”. La cosa non lo tranquillizza per niente, però pensa tra sé e sé che in fondo si tratta sempre di suo figlio. Di nuovo cerca disperatamente tra le culle, ma di Ugo nemmeno l’ombra. In una frazione di secondo è di nuovo dall’infermiera, tutto ansante:
«Guardi, io non ho tempo da perdere… mi vuole dire dov’è mio figlio?»
«Beh… provi al terzo piano.»
Il padre sale al terzo piano e questa volta sulla porta c’è scritto: “Bambini Orribili”. Sapendo che è sangue del suo sangue, se ne frega anche di questa cinica etichetta e prosegue nella ricerca. Come da copione, Ugo non si trova nemmeno tra i bambini orribili. L’uomo, inc*ol*ato nero, va dall’infermiera per l’ennesima volta:
«Sono stato al primo piano: niente. Al secondo: idem. Al terzo: nemmeno l’ombra! Mi vuole dire dove devo andare???»
«Non le resta che provare al quarto piano…»
Il padre sale rassegnato le scale fino al quarto piano: un posto che sembra dimenticato da Dio. Ragnatele alle porte, letti e mobili accatastati, topi che girano indisturbati nei corridoi. Dopo aver camminato un po’, arriva davanti a una porta sopra alla quale c’è un enorme cartello con su scritto:
🪧 UGO
Perché questa barzelletta fa ridere
Il meccanismo comico è un classico esempio di escalation progressiva: ogni piano dell’ospedale abbassa l’asticella dell’estetica — Belli, Brutti, Orribili — e il pubblico inizia a intuire dove sta andando a parare. Ma il colpo di grazia finale è inaspettato nella sua semplicità: non c’è nemmeno una categoria per Ugo. Ha un reparto tutto suo, dedicato esclusivamente a lui. L’assurdità surreale dell’immagine finale — i topi, le ragnatele, il cartello solitario — trasforma quello che poteva essere un semplice gioco di parole in una scena degna di un film di Tim Burton. La vera vittima? Il povero signor Rossi, che ha attraversato mezza Italia di corsa per scoprire di aver messo al mondo qualcosa di… categoricamente inclassificabile.
Indice dei contenuti
