Ridere fa bene, lo dicono i medici, lo dicevano i filosofi greci e, probabilmente, lo sapeva già qualche ominide peloso che sgambettava nelle savane africane. Ma cosa scatta esattamente nel nostro cervello quando sentiamo una barzelletta? Gli studiosi parlano di “violazione benigna“: ridiamo quando qualcosa sovverte le nostre aspettative senza rappresentare una minaccia reale. È una specie di cortocircuito cognitivo che il cervello trasforma in piacere. E no, non siamo gli unici: scimpanzé, gorilla e persino i ratti emettono qualcosa di simile alla risata quando giocano. Certo, difficile immaginare un topolino che apprezza una barzelletta sul medico cinese, ma il meccanismo di base è sorprendentemente simile al nostro. Anche la storia dell’umorismo è affascinante: gli antichi Romani, ben lungi dall’essere la gente austera che immaginiamo, ridevano eccome — e spesso sulle disgrazie altrui, sugli stranieri con accenti improbabili, sui medici incompetenti e sui furbi fregati dai furbi. Suona familiare?
La barzelletta: il medico cinese e l’avvocato troppo furbo
Un giovane medico cinese appena laureato non riesce a trovare lavoro né in ospedale né in clinica privata. Decide allora di aprire un proprio studio e, per farsi pubblicità, distribuisce volantini con una proposta audace:
“Curo qualsiasi malattia a soli 20 euro. Se non ci riesco, pago io 100 euro al paziente.”
Un neo avvocato, appena uscito dall’università con la testa piena di tattica e poca etica, legge il volantino e fiuta l’affare: fingerà una malattia impossibile da curare e si intascherà i 100 euro. Si presenta allo studio e attacca:
— Dottore, non riesco più a sentire i sapori. Sono disperato.
— Non si pleoccupi, lisolviamo tutto. Infelmiela! Scaffale N. 20, fialetta numelo 5.
Il medico rompe la fialetta e versa il contenuto sulla lingua dell’avvocato. L’avvocato strabuzza gli occhi disgustato:
— Ma questa è benzina!
— Visto?! Lei ha liacquistato il gusto dei sapoli. Sono 20 eulo.
L’avvocato, furioso ma sconfitto, paga. E medita vendetta. Il giorno dopo torna alla carica:
— Dottore, ho perso la memoria. Non mi ricordo più niente!
— Non si pleoccupi, lisolviamo tutto. Infelmiela! Scaffale N. 20, fialetta numelo 5.
— Ma quella è la benzina di ieri!
— Visto?! Lei ha liacquistato la memolia. Sono 20 eulo.
L’avvocato paga di nuovo, rosso di rabbia. Si arrovella tutta la notte, cerca il colpo definitivo e il mattino seguente si ripresenta con la sua mossa del cavallo:
— Dottore, ho perso completamente la vista. Non vedo più niente. Mi aiuti!
— Oh, mi spiace molto, ma non sono capace di lisolvele questo ploblema. Ecco a lei 100 eulo.
L’avvocato prende in mano la banconota, la osserva e sbotta:
— Ehi… ma questi sono solo 20 euro!
— Visto?! Lei ha liacquistato la vista. Sono 20 eulo.
Perché questa barzelletta funziona così bene
Il meccanismo comico si basa su una truffa ribaltata: chi pensava di essere il furbo viene battuto ogni volta dallo stesso avversario che aveva sottovalutato. Il medico non si limita a vincere — usa le armi del suo avversario contro di lui. Ogni “malattia” inventata dall’avvocato diventa, paradossalmente, la prova della sua guarigione.
Il tocco finale è un capolavoro di costruzione comica: la “cecità” — l’unica malattia che sembrava imbattibile — si rivela l’ennesimo assist involontario. Il lettore ride due volte: prima per il colpo di scena, poi rendendosi conto che avrebbe dovuto prevederlo.
L’accento del medico, reso graficamente con le R trasformate in L, non è un elemento di scherno fine a se stesso: serve a costruire un personaggio apparentemente goffo che nasconde, invece, un’intelligenza tagliente. Ed è proprio questo contrasto a rendere la barzelletta memorabile.
