La barzelletta del pappagallo maleducato e la sua domanda sul pollo che non smette di far ridere

Ridere fa bene, questo lo sappiamo tutti. Ma perché ridiamo? Gli scienziati la chiamano gelotologia (dal greco gelos, risata) e hanno scoperto che il cervello elabora l’umorismo attivando contemporaneamente aree cognitive ed emotive: è l’incongruenza tra ciò che ci aspettiamo e ciò che succede davvero a scatenare il meccanismo comico. Non siamo soli in questo: anche i topi, i cani e gli scimpanzé producono vocalizzazioni simili alla risata durante il gioco. Certo, nessuno di loro ha mai raccontato una barzelletta sul pappagallo. Gli antichi Romani, poi, erano tutt’altro che austeri sul fronte dell’ironia: si facevano beffe dei politici corrotti, dei mariti traditi e dei provinciali goffi. Il Philogelos, una raccolta di barzellette greche risalente al IV secolo d.C., è considerato il più antico libro di barzellette del mondo e dimostra che il senso dell’umorismo umano, in fondo, non è cambiato poi molto. Quello che ci fa ridere oggi — l’imprevisto, il rovesciamento di ruoli, la critica velata al potere — faceva ridere anche duemila anni fa. Con buona pace di chi pensa che l’ironia sia una conquista moderna.

Il pappagallo maleducato

Un addestratore di pappagalli è al limite della sopportazione. Tra le sue cure c’è un pappagallo con un carattere impossibile: dice parolacce, lancia insulti e non perde occasione per fare le pernacchie al suo padrone. Una maleducazione cronica, sistematica, quasi artistica.

L’addestratore prova di tutto: gli ripete frasi gentili, gli fa ascoltare alla radio i programmi più educativi, gli mette persino la musica sinfonica per calmarlo. Niente. Il pappagallo è irremovibile nella sua vocazione alla scortesia.

Finché un giorno l’addestratore perde la pazienza e decide di dargli una bella lezione: lo afferra e lo chiude in frigorifero.

Il pappagallo inizia a strillare, a gridare, a schiamazzare… poi, all’improvviso, silenzio.

L’addestratore, preoccupato di averlo ammazzato dal freddo, apre subito la porta del frigo. Il pappagallo esce tutto infreddolito, le piume arruffate, e con un tono insolitamente composto dice:

“Caro padrone, ti chiedo sinceramente scusa per il mio comportamento poco rispettoso. D’ora in poi mi comporterò bene e ti ascolterò sempre.”

Poi fa una pausa, lo guarda dritto negli occhi e aggiunge:

“Ma posso chiederti una cosa? Quel pollo spennato che ho visto nel frigo, in basso a destra… cosa cavolo ti aveva fatto?

Perché fa ridere?

Il meccanismo comico di questa barzelletta si basa sul classico colpo di scena finale: tutto sembra risolto, il pappagallo ha imparato la lezione, la storia si avvia verso un lieto fine edificante… e invece no. La battuta finale ribalta tutto, rivelando che il pappagallo non si è affatto ravveduto: ha solo cambiato strategia. Ha visto il pollo nel frigo — spennato, immobile, evidentemente punito in modo definitivo — e ha tratto le sue conclusioni.

Il bello è che la sua nuova educazione non nasce da un cambiamento interiore, ma dalla paura. È una critica sottile e divertente al concetto stesso di disciplina: a volte non cambiamo perché abbiamo capito, ma perché abbiamo avuto paura. E il pappagallo, a modo suo, lo ammette pure.

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